Stichus

Gli basterà accentuare l'andatura dello storpio e caricare la smorfia della bocca sbavando verso la flautista che scopre il seno. Rideranno, come al solito, e lo insulteranno pesantemente. La dentatura non è più salda come un tempo, i saltelli di scena portano spesso qualche fitta di dolore. Ma è la sua vita, il suo destino. E' poco? No. Non è poco, Stichus. Appena qualche decennio fa il secolo del sangue italico ha portato strazio anche tra questa gente. Ottaviano, l'Augustus, il grande pacificatore, ha molto ucciso affinché per molto tempo non si uccidesse più. Il dolore degli avi più prossimi ha comprato a costoro una pausa della storia. Ora hanno pace e abbondanza, il loro diritto a vivere e a ridere per un po' è scolpito sullo scontrino d'osso con cui entrano a teatro. Ma bisogna far presto a godere, per ricordarselo quando finirà.

La sofferenza degli avi gli ha comprato anche te, Stichus. E allora forza, non senti che ti chiamano per ridere e per insultarti? Entra in scena, torci il piede, rotea oscenamente la lingua.
Non ti spenderai senza onore. Duemila anni dopo di te la terra restituirà agli uomini la piccola epigrafe del tuo sepolcro. "Ho cantato e saltato nei teatri dell'Umbria e della Sabina". Quell'epigrafe ornerà, trascurata, il museo di una città lontana. Ma ci ha parlato di te. Ora siamo seduti a tavola proprio dentro quel teatro di Mevania dove esibivi la tua umile arte. Tra poco il cibo e il vino ci daranno il piacere. Siedi, Stichus, bevi e mangia con noi. Sei tornato. E ogni sera vogliamo onorarti, fratello, perché in una pausa della storia scaldasti il cuore della nostra gente.

 
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