Stichus

Chi si siede al "Redibis" partecipi al rito. Gli occhi in alto, signori, verso la volta dell'ambulacro. Poi chiudeteli per un lungo momento. Comincerete a sentire risa e schiamazzi. Funziona. Proprio sulle vostre teste c'è la pietra grigia delle gradinate e, sugli spalti della "cavea" addossata alla collina, la fronte degli spettatori cede già al sole di una matura primavera del I sec. d.C. Se guardate ad est, con gli occhi della mente vi sarà facile superare l'attuale ingresso e accompagnare il profilo dell'ampio semicerchio che declina verso lo spazio scenico, quello che i Romani chiamavano "orchestra". Laggiù, oltre la porta di accesso al proscenio, la penombra del corridoio coperto rilancia due occhi febbrili. Lo sguardo di Stichus scruta la "cavea" che si sta riempiendo. E' compiaciuto, l'esperto mimo,

ed incoraggia i suoi compagni di scena con ostentata sicurezza. Sono musici e danzatrici. Tutti su di giri. Il magistrato di Mevania, che offre lo spettacolo in onore della "Bona Dea", è stato generoso di cibo e di vino. Stichus sente di giocare in casa, il pubblico dell'Umbria e della Sabina è da tempo il suo pubblico, ormai. Conosce i gusti di questa gente, gli piace pensare, o magari illudersi, che il suo nome corra di bocca in bocca lungo la Via Flaminia. Dopo Carsulae è la grassa Mevania, ricca di tori e di nebbie, che oggi gli apre le porte. Gli abitanti si sono svegliati col pensiero dell'ozio e del teatro. Hanno riempito lattesa di cibo e di vino. E adesso vogliono strappare alla festa morente il sapore di un lungo godimento prima della notte. Sa che hanno gusti pesanti, i contadini umbri; sa che il mestiere non lo tradirà.

 
home
contact